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CINA – non temo la Cina in sé, ma la Cina in me

L’articolo 18? “E’ lo scoglio dove andrà a cozzare capitan Monti-Schettino”. Il governo? “Non supererà i secondi 100 giorni di esistenza. Imploderà a luglio e cadrà non per i partiti, ma per i numeri”

Roberto Calderoli, su Liberoquotidiano.it

E se lo dice Calderoli (quello del Maiale-Day e del matrimonio celtico) possiamo stare tranquilli: il governo Monti è vivo, è saldo e gode di ottima salute.

Ma anche il governo tecnico è stato contagiato dalle malattie croniche della politica italiana. Se, nell’ultimo post, mi preoccupavo per il gattopardismo della riforma del lavoro (termine che curiosamente ha usato anche lavoce.info, ma per motivi diversi), questa volta la squadra dei professori ha contratto una forma di tendenza a scegliersi cattive compagnie, che, meraviglia, ci rende i migliori amici della Cina in occidente.

Vi ricordate gli amici dell’Italia pre-tecnica? A me vengono in mente quelli di Berlusconi: Putin, Gheddafi, Mubarak (uno dei quali ancora al potere); ed il porporato alleato che nessun paese (fuori dall’America Latina) ci invidia: il Vaticano.

E mentre la smisurata crescita di PIL orientale crea problemi a tutto il nostro emisfero, l’uomo che dovrebbe salvare l’Europa stringe la mano a Wen Jibao, uno dei pochi leader comunisti rimasti al mondo, promettendo mari e monti da questo sodalizio: “L’Italia vede nella Cina un importantissimo partner strategico e intende rafforzare il più possibile la già ottima collaborazione“.

Il nuovo amico Wen, da parte sua, risponde che “l’economia dell’Italia, paese esportatore con una grande industria manifatturiera, è dotata di basi solide e di grandi potenzialitá“.
Ma non ci sta facendo un complimento.

Vorrei sottolineare tre parole chiave: esportatore, manifatturiera e potenzialità. Io ci leggo: “Potenzialmente, tutte le esportazioni manifatturiere italiane saranno prodotte in Cina”, così come, sperando di sbagliarmi, azzardavo nel post precedente, riguardo alla riforma del lavoro.

Addio, operaio Italiano. Addio precario. Quando questa riforma del lavoro e la Cassazione caleranno la mannaia sui contratti atipici e precari, all’impresa made in Italy rimarranno due soluzioni: tornare a puntare sulla persona, sul lavoratore, sul genio italiano, oppure cercare altrove qualcuno che abbia meno pretese sindacali e giuridiche: delocalizzare.

Avete mai sentito parlare di Rosarno? E di come gli immigrati africani vengano sfruttati come braccianti agricoli, pagati tot al kilo? Gli imprenditori locali (che non brillano per trasparenza) si giustificano scaricando la responsabilità sui giovani, che, si sa, certi lavori non li vogliono proprio fare. Ma qualcuno si chiede quanto utile in meno farebbero se pagassero gli africani con un contratto di lavoro degno di questo nome?

Bene, la prossima Rosarno non sarà in Calabria, ma a Shenzhen, perché là costa meno.

Libero mercato, liberi noi di chiudere un occhio sugli accordi tra Cina e Ahmadinejad (Iran) per aggirare l’embargo, tra Cina e al-Asad (Siria) per portare avanti la guerra civile, tra Cina e qualche dittatore africano; giusto per non vedere che il Tibet è ancora occupato dalle truppe di Pechino.

Senza contare che presto, anche nel paese in cui il PIL cresce a due cifre, l’economia potrebbe implodere come è successo negli USA, in UK e in UE.

Ogni Euro dato (anche lecitamente) alla Cina è un chiodo nella bara della democrazia.

Questo dovrebbe farci capire chi siamo (diventati).

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, e se so di che cosa ti occupi saprò che cosa puoi diventare

Johann Wolfgang Goethe 

E siccome questo mi fa arrabbiare, propongo una colonna sonora particolarmente violenta. E pure in tedesco, va.

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