Cina/Economia/Pensieri/Politica/Società

LA RIFORMA CHE NON RIFORMA

Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente

“Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa

E’ arrivata, finalmente, la riforma del mercato del lavoro promessa da tempo dal Governo Monti. E nasce già viziata dallo spirito di gattopardismo che piace tanto ai nostri politici – e anche ai tecnici, credo.

Apprezzeremo l’iniziativa di abolire il contratto di stage gratuito: “Il lavoro è lavoro e lo si deve pagare sempre”, dice il ministro Elsa Fornero; così come è una buona notizia anche l’impegno sul fronte del contratto di lavoro a tempo indeterminato, definito “dominante” durante la conferenza stampa:

Vogliamo un contratto che diventi dominante, uno migliore, che sarà il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Questo vogliamo prendere come riferimento. […] Vogliamo tenere la parte di flessibilità buona che in essi è rispecchiata e cercare di contrastare, anche duramente, la parte che porta al precariato e che definiamo flessibilità cattiva“.

Molto razionale anche la risoluzione in tema di licenziamento senza giusta causa (l‘art. 18): nullità dell’atto per il licenziamento discriminatorio (quindi reintegro immediato), indennizzo per il licenziamento per motivi economici. Sarà il giudice a valutare la natura del licenziamento, così come, sarà il giudice stesso a decretare, per il licenziamento disciplinare (la forma di licenziamento che dà più adito a discussioni), il reintegro e/o il risarcimento.

Bene, benissimo. Ma (perché non dirlo?) non basterà..

Il pericolo viene da Oriente, dalla delocalizzazione in Cina e nei paesi del Sud-Est asiatico. Pericolo non solo economico, ma anche politico ed ideologico: come possiamo infatti tutelare i nostri lavoratori, quando ciò che producono ci costa molto più degli oggetti prodotti in Cina, da operai low cost senza diritti?

Abbiamo così poco rispetto di quegli articoli della Costituzione che pongono il lavoro al primo posto tra i nostri valori?

Che senso ha tutelare i nostri, se poi verranno licenziati per aprire una nuova impresa in una spietata dittatura, dove il capitalista gattopardista sarà libero di sfruttare la loro manodopera a basso costo?

Dove il capitalista miope consegnerà plusvalore ad investitori che compreranno titoli di stato occidentali e armi per reprimere le proteste?

Stiamo dicendo al mondo che per noi democrazia, futuro e progresso sono solo PIL e spread per i prossimi 4 trimestri? Stiamo regalando a India e Cina, dove non esiste democrazia, il nostro know-how, la nostra genialità italiana?

Ho trovato qualche risposta a queste domande. E le risposte non sono incoraggianti:

Mentre solo qualche anno fa, un ottimismo miope ci portava a guardare con entusiasmo all’estremo Oriente (ecco un esempio su tutti: La delocalizzazione della produzione in Cina: un’opportunità per le imprese italiane) ora è chiaro che, dopo le recenti prese di posizione internazionali, la situazione è sempre meno sostenibile.

La delocalizzazione in Cina è il suicidio industriale dell’occidente: 

Pare incredibile come pochissimi riescano a percepire che a una nazione di oltre 1.300.000.000 individui, gestita con criteri imprenditoriali, non è possibile lasciare la possibilità di agire nel solo suo esclusivo interesse e a discapito di tutti gli altri.

Insomma se alla Cina va più che bene applicare l’equazione:

(N posti di lavoro in più in Cina) –  (N posti di lavoro in meno altrove) = 0

secondo Gaolin di intermarketandmore.finanza.com.

 Non sarò probabilmente io a dare risposta a queste domande e sicuramente non ora. Lo scopo di questo blog è far riflettere, non invitare a facili conclusioni.

Facilissimo pensare che i Cinesi non hanno Pompei o Venezia (che noi stiamo lasciando affondare). Ma, domanda pungente: se (o quando?) ci pagheranno loro il restauro, cosa vorranno in cambio?

Siamo ancora in tempo.

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2 thoughts on “LA RIFORMA CHE NON RIFORMA

  1. Sì sono d’accordo con te; non possiamo competere con stati che effettuano dumping sia a livello sociale, sia a livello ambientale che a livello economico. Noi siamo prigionieri dei limiti che noi stessi ci siamo dati, basti pensare al diritto d’autore piuttosto che ai brevetti. Loro se ne fregano. A mio avviso riformare l’articolo 18 e gli ordini professionali è una cosa buona e giusta; è il prendere atto della realtà di fatto. Tanto se un datore è in perdita il lavoratore il posto lo perderà in ogni caso. Fare in modo che anche lo stage venga retribuito è sacrosanto, è sia incentivante per i giovani sia positivo per l’economia in generale in quanto trasforma in consumatori quelli che oggi sono, e diciamolo, schiavi. Il problema della delocalizzazione è il principale problema dell’economia europea ed un buon legislatore sia nazionale che europeo dovrebbe intervenire in tal senso. Del resto mi sembra già sufficiente la concorrenza introdotta con il mercato comune, basti pensare a paesi europei come la romania o la polonia.
    Ritorniamo indietro, errare umano ma perseverare è diabolico; rivediamo il WTO.

  2. Pingback: FORNERO: COSA DICE E NON DICE « Hai sentito di Zig?

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