Attualità/Pensieri

Valore delle parole

What are you hoping to find

among all these words?

Everything has already been said.

Altre di B – Super Mario

Bella domanda: cosa ci aspettiamo dalle parole?
Quante parole riusciamo ad usare senza andare oltre il loro significato?

Quando Martone parla di sfigati, cosa vuole dire esattamente? Chiaramente è stato facile stigmatizzare una battuta infelice, ma qualcuno si è chiesto perché abbia usato proprio quella parola?
Sfigato” è un termine che non appartiene alla politica.

O il premier Monti: “Che monotonia“. Il posto di lavoro fisso è monotono? Sì, perché no?
Non era quello, però, il punto: avrebbe avuto più consenso e meno scalpore, usando argomenti anche più complessi piuttosto che una sintesi.

Ecco cosa succede quando il linguaggio dei politici cerca di avvicinarsi a quello di chi la politica la subisce.

Ma vale anche in senso contrario: basta vedere cosa succede quando è il politichese ad imporsi sul linguaggio corrente. Guido Scorza ha scritto al riguardo un articolo molto illuminante (da Il Fatto Quotidiano) su come i nostri parlamentari scrivano o emendino (cioè, aggiungano correzioni) una legge. Il risultato è ” uno scenario davanti al quale ci si potrebbe limitare ad una risata”, come testimonia, purtroppo, la nonchalance con cui la locuzione “Sistema ordinistico”  compare nel recente decreto sulle liberalizzazioni, così come altre “parole presenti nei documenti in questione ma sconosciute a tutti i principali vocabolari della lingua italiana.”
Il dialogo tra la classe politica e gli elettori, insomma, non si colma né prendendo a prestito il termine più immediato, né inventandone (consapevolmente?, ripeto, consapevolmente?) altri, presunti tecnici, ma, in realtà, semplicemente ingannevoli.

In fin dei conti, dietro alla parola “democrazia” si sono nascosti se non giustificati i peggiori comportamenti.

E non è solo la politica a prendersi i nostri vocaboli.
Ne parlava Saviano: parole come “amicizia“, “famiglia“, “onore“, “rispetto” sono state saccheggiate da parte della criminalità organizzata per contrapporre gli interessi del sistema mafioso a quelli (depredati) della popolazione. Non serve approfondire per capire che le famiglie rovinate, le amicizie distrutte o il rispetto perso valgono tanto più per chi subisce il crimine che non per chi lo commette.

In tutto questo, per un altro verso, mi piace però pensare a quante parole, invece, si sono riempite di un nuovo significato. In effetti, come potremmo sostituire quelle che perdiamo, senza perdere un po’ noi stessi? Spiego: mi riferisco a tutto il linguaggio culturale e religioso che, pur allontanandosi dal nostro vissuto quotidiano, permea ancora i nostri discorsi.

Pellegrinaggio” non può essere un semplice viaggio. “Battesimo” è diverso da iniziazione. “Matrimonio” è più che unione. E parlo soprattutto di significato esteso, anzi, trasformato, figurato e trasfigurato. Un po’ come parlare di “matrimonio riparatore” – riporta il New York Times – tra il Tea Party ed il partito Repubblicano (per altro messo in crisi proprio da Newt Gingrich – ve lo ricordate?), per sintetizzare (questa volta in modo molto efficace) la strategia di questo partito in vista delle elezioni.

E mi sorge una domanda spontanea: ora che il pellegrinaggio allo stadio o ad un concerto mi sembra un’esperienza abbordabile, quando inizierò a chiamare “fatwa” un mio giudizio o “shabbat shalom” un sabato in cui mi riposo? Quando, insomma, saremo in grado di prendere a prestito da altre religioni un po’ della loro cultura?

In un futuro non troppo lontano – mi auguro.

Perché, sono convinto, siamo ben lontani dall’ “Everything has already been said“.

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