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CINA – premesse

Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri

Voltaire

La risposta alla scelta tra il giusto ed il conveniente è uno dei parametri più utili per valutare il livello di civiltà che un Paese ha raggiunto.
Un po’ come il livello delle carceri, se vogliamo.
Paradossalmente, nessuno di questi indici è risultato particolarmente decisivo nelle diagnosi di salute dei Paesi del terzo millennio.
Spread nell’aera Euro, Standard and Poor’s nel resto del mondo e il PIL da sempre.

Ed ora non sappiamo più con che occhi guardare.

Prendiamo la Repubblica Popolare Cinese.
Un Paese che è un economia. Un miliardo e trecento milioni di ingranaggi oliati per far funzionare una macchina, che non deve rompersi, non deve cigolare e deve sembrare sempre funzionante. Sporca, ma funzionante.

Fino agli anni ’90 potevamo ancora considerare questa macchina un esperimento di economia emergente. Ma detto sinceramente, che emergesse non ci credeva nessuno.
E giù gli investimenti stranieri! In uno Stato che prometteva manodopera a bassissimo costo, nessun cambiamento nella compagine politica, nessun sindacato nervoso, politico isterico, tribunale schizofrenico: il paradiso dell’impresa capitalista.

Il “made in China” non assicurava certo le prestazioni o il prestigio di un prodotto occidentale, ma era a costo talmente stracciato, da avere pochissima concorrenza, almeno sui prezzi.

Qualcosa è cambiato quando i Cinesi si sono raffinati, e la loro produzione si è adattata ai progressi dell’Occidente. Anche l’alta tecnologia è diventata “made in China” e se state leggendo da uno smartphone, state guardando uno schermo probabilmente prodotto a Shenzhen.

Ma non solo.
Hanno investito l’immenso capitale portato nelle casse di Stato per il welfare? No! Per migliorare la vita ai cittadini? No! Per comprare debito pubblico di paesi occidentali? . Per usare una metafora brutta e scorretta è come se qualcuno ci avesse pagato per nascondere la nostra spazzatura: c’è sempre la minaccia che un giorno dobbiamo andare a riprenderla. E chissà in quali condizioni.

E ora che abbiamo i mercati invasi da oggetti, anche di qualità, prodotti ad un costo e con una velocità che qui da noi sarebbe impensabile?
Una fabbrica nel Guangdong non ha limiti nello sfruttare operai e dipendenti, i quali spesso dormono e vivono dove lavorano, in una simbiosi che da noi è intollerabile.
E hanno dettato così i ritmi della produzione moderna: noi non possiamo starne al passo.
Senza sindacato, con pochi diritti, pagati per la sussistenza.

E con l pancia piena di debito “made in West”, anche il peso politico è cresciuto. Al punto di poter appoggiare indisturbati le dittature in Africa e Medio Oriente.

Questo, solo per dare l’idea.

Mi interessano alcune domande.
E’ stato giusto investire in un Paese in cui la ricchezza va a beneficio di pochissimi e a scapito di molti? E’ stato giusto far sedere una dittatura al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? E’ stato giusto il veto alla risoluzione ONU per intervenire in Siria? E’ stato giusto non considerare genocidio l’oppressione del Tibet?
E’ giusto comprare prodotti cinesi, sapendo cosa c’è dietro?

Ma soprattutto, ora che questo è già successo – e possiamo solo aspettare di pagarne le conseguenze – è stato conveniente?

Consiglio una colonna sonora drammatica. Mi piace dare un senso di incombente.

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2 thoughts on “CINA – premesse

    • Vuole sapere come la penso? Legga il post precedente (E mi chiedo perché).

      I suoi timori sono fondati, e sono giunto alla conclusione che la politica non sia il timone di una civiltà, ma della sua economia. In questa generazione, almeno, le cose rimarranno così.

      Punto tutto sulla prossima.

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