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LA LORO CRISI

Noi ci salveremo disprezzando la realtà

Baustelle – I Mistici dell’Occidente

Conoscete quest’uomo?

Grover Norquist

Forse no, ma da quando so chi è, mi ha rovinato il sonno. E’ il mio incubo.
Si chiama Grover Norquist, americano, e di mestiere fa il lobbista.
Avete presente i lobbisti, vero? Forse non serve spiegare che sono quei poteri occulti che operano tra politica e impresa per mettere d’accordo chi ha i soldi e chi ha il potere per usarli.

Ecco, il signor Norquist è il lobbista estremo (così definito da Internazionale, che riprende l’articolo di Klingst su Die Zeit) che, pur non avendo alcun incarico ufficiale, grazie al suo movimento Americans for Tax Reform (sito ufficiale http://www.atr.org/) ha in pugno tutta l’ala Repubblicana (i conservatori) del Senato degli Stati Uniti, nonché una commissione speciale su temi fiscali, la National Commission on Fiscal Responsibility and Reform.

Grazie al Giuramento Fiscale, fatto firmare a 267 politici statunitensi (compresi molti membri del Congressi), ha vincolato questi ultimi a bocciare ogni proposta di aumento fiscale, anche a costo di pesanti tagli sui programmi militari e sanitari del paese.

Indovinate? L’ha spuntata. Ma non solo: la minaccia (fortissima nei paesi anglosassoni, un po’ meno per noi figli di Machiavelli) di rivelare agli elettori che i Senatori avrebbero tradito il patto ha causato un taglio di 1.200.000.000$ alla spesa pubblica.
Un no secco, senza discussioni e senza democrazia. Un capriccio.

Ma perché non si candida? E’ quello che si è chiesto il Sen. Alan Simpson, firmatario del Giuramento Fiscale e membro della Commissione, suggerendogli come slogan:

Meno tasse a qualsiasi costo, anche se l’America dovesse finire all’Inferno

Cose dell’altro mondo?  Non bisogna pensare che questo riguardi solo l’altra sponda dell’Atlantico.
Anche noi abbiamo i nostri lobbisti, le nostre non rappresentanze, i nostri sindacati occulti.
Uno di questi è il Tea Party Italiano (sito ufficiale, http://www.teapartyitalia.it). Nel suo manifesto parla chiaro, presentandosi come un movimento il cui scopo è così sintetizzato:

Chiedere l’abbassamento della pressione fiscale, chiedere meno burocrazia e chiedere un taglio della spesa altro non significa che favorire la crescita della responsabilità individuale del cittadino: non vogliamo che sia lo Stato a dirci cosa sia bene e cosa sia male per noi, ma vogliamo deciderlo con le nostre forze e le nostre capacità.

E che promuove, attraverso Twitter (Giacomo Zucco è leader del movimento) e Facebook articoli che invitano all’evasione fiscale, come questo:

Ditemi voi se sono io un evasore o è lo Stato che è un ladro
– Come si fa a pagare il dentista ai figli (cinque) con uno stipendio da metalmeccanico? E come si fa se il lattaio non si fa corrompere? Imu, Irpef, mutuo, tasse e balzelli vari. Diciamo la verità: «I soldi veri sono solo i soldi neri».

(Potete leggerlo per intero cliccando qua)

Il quadro è chiaro: combattere la crisi escludendo lo Stato dalla nostra vita, riprendere in mano tutto il nostro reddito. Rinunciare alla solidarietà, alla società, alla condivisione.

No, sono contro.

Non è una questione di disobbedienza (e ho trovato anche argomenti molto convincenti al riguardo, come questo articolo di Oscar Giannino – vedi qua) o addirittura di legittima difesa (da cosa?), richiamandosi ad un diritto naturale che, onestamente, suona come un ritorno anacronistico ad una società antica e forse utopica.

E’ la differenza tra chi ha causato la crisi e chi la sta pagando.
Facciamo un passo indietro. Mi ricordo le manifestazioni – ancora qualche anno fa – in cui erano esposti striscioni che urlavano NOI NON PAGHEREMO LA VOSTRA CRISI.

Purtroppo non sono bastati. Stiamo appunto pagando la loro crisi.
A cosa può servire negare il nostro contributo allo stato, a questo punto? Siamo davvero convinti che tutto cambierebbe se rinunciassimo a pagare (noi!) I.V.A., I.M.U., e i contributi dei nostri primi redditi?
Se strizzassimo l’occhio a chi non ci fa lo scontrino? Se non chiedessimo la ricevuta al taxista?

Alessandro Rimassa

Alessandro Rimassa

Una voce in questo senso viene da Alessandro Rimassa (sito ufficiale http://www.alessandrorimassa.com), noto per aver scritto il best sellerGenerazione Mille Euro“, e più di recente, come ogni organo d’informazione ha riportato, per la denuncia a Princi, panetteria che faceva la cresta risparmiando sugli scontrini.

Un’altra Italia insomma, (per altro non priva di contestazioni, come questa), che oppone alla disobbedienza fiscale, l‘educazione fiscale (provate a cercarla su Twitter, #educazionefiscale), che mi convince, e che voglio promuovere, con le parole dello stesso Alessandro Rimassa:

Se vogliamo pagare meno tasse, far sì che i servizi siano migliori ed essere davvero tutti l’uno uguale all’altro, dobbiamo chiedere e pretendere lo scontrino, la ricevuta, la fattura. Sempre, anche per pochi cent. Altrimenti è inutile lamentarci di questo o quel governo, di questo o quel partito, di questo o quel parlamentare: siamo noi i primi colpevoli del fallimento, culturale prima che economico e politico, del nostro Paese.

In conclusione: sì, non stiamo pagando la nostra crisi, ma la loro.
E non è più tempo di opporci, perché ci viviamo già dentro. Saremo svogliati e demotivati, ma questa crisi la stiamo già pagando.
Ma che almeno ce lo lascino fare in pace!
In ogni contratto in nero – e addio contributi, ogni volta che diamo ascolto al facile richiamo dei lobbisti e dei rappresentati occulti, stiamo dando ragione a loro, a quelli che di questa crisi sono artefici.

Non mi resta che associarmi alle parole di uno dei miei gruppi preferiti, considerando la situazione come realtà critica e il suo delirio. Andrò a “salvarmi” disprezzando la realtà.

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4 thoughts on “LA LORO CRISI

  1. Le lobbies per fortuna o purtroppo fanno parte di un qualsiasi processo decisionale. Dietro a questa parola che suona tanto male e che lascia intravedere qualcosa di negativo, si nasconde una realtà che in Italia non è regolamentata. In effetti, nel mondo anglosassone come a livello comunitario esistono dei paletti posti da regole che definiscono la condotta di questo tipo di gruppi di pressione.

    Un rapporto della settimana scorsa di SOS Impresa ha evidenziato come la prima banca italiana sia la mafia. Conosciamo le diverse ramificazioni ed espressioni della criminalità organizzata (camorra, n’drangheta, cosa nostra, sacra corona unita…) e non credo sia difficile immaginare fino a che punto la nostra società ne sia affetta: non solo a livello parlamentare ma anche nel mondo degli appalti, delle imprese e dei vari incarichi pubblici. Si potrebbe analizzare l’influenza della Chiesa, ma è dalla nascita del Regno d’Italia che la questione è irrisolta. Altrimenti che dire delle associazioni omosessuali che sono riuscite a decurtare (o sospendere, come nel caso italiano) i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo di paesi come camerun e nigeria in nome della depenalizzazione dell’omosessualità quando i veri problemi sono altri.

    Io dico: “ben vengano le lobbies”. Regolamentare è l’unico modo di arginarne l’influenza e ridurre il loro peso rendendone pubbliche le azioni.

    Per quanto riguarda l’evasione fiscale, in Italia abbiamo una mentalità da Terzo Mondo. Si vede lo Stato come una potenza occupante e non ci si rende conto che “fregare lo Stato” è come sputare nel proprio piatto, o meglio prendere a calci nelle gengive le proprie madri e i propri figli. Questi pretoni che predicano l’evasione o altre pratiche del genere sono frutto di una società incline al populismo in cui la lega fa un pò quello che vuole e che ha partorito 17 anni di berlusconismo.

    NOI LA CRISI DOBBIAMO PAGARLA, PERCHE’ CE LA SIAMO MERITATA. E’ un pò biblico – quanto comprensivo – che le colpe dei padri ricadranno sui figli.

    Come mi disse un imprenditore a Yaoundé “Siamo in grande Paese.. di merda! Ma pur sempre in un grande Paese!”.

    • Condivido il punto di vista sulle mafie italiane.
      Sulle lobbies (giusto segnalare che regolamentarle è meglio che ignorarle) aggiungo che in Italia il finanziamento ai partiti è ancora più oscuro.
      Così come il concetto di non-laicità.
      Merita senza dubbio la mia attenzione, ci tornerò.

      Cosa ne pensi invece della scelta tra partiti-non partiti e i gesti come quello di Rimassa?

  2. Di fondo sembrerebbe necessaria una “rivoluzione copernicana” nel tessuto sociale italiano. Dovremmo estirpare quei meccanismi che hanno portato Dante a scrivere ancora in epoca medievale:

    “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
    nave sanza nocchiere in gran tempesta,
    non donna di province, ma bordello!”.

    La dominazione straniera è stata una costante nella nostra cultura e ogni forma di truffa allo stato è stata legittimata in quanto resistenza. In epoca recente, l’unificazione altro non è stata che la “piemontesizzazione” della penisola. Probabilmente è da questo vulnus che non si riesce a guarire il provincialismo – e l’individualismo che ne deriva – nella relatà italiana. Tengo a sottolineare in primo luogo il provincialismo, perché nella società più individualista del mondo – quella statunitense – una persona si vergogna e prova orrore solo all’udire la parola “evasione fiscale”.

    E’ necessario quindi trovare un collante sociale fuori dai partiti, i quali non sono certo sovrastrutture in cui il tessuto sociale è in grado di rispecchiarsi. A mio avviso per colpa di entrambi. Tutto sommato la politica non è morta, ma la produzione di una nuova identità sembra sempre più difficile e forse sarà possibile solo a livello comunitario con la morte dell'”italiano” e la nascita dell'”europeo”.

    Intanto è bene ricordarsi che siamo in guerra. Analizzando i messaggi politici, i provvedimenti presi da governi (più o meno scelti dal popolo) e la rapidità in cui degenera la nostra situazione, non resta altro che prendere atto che ci troviamo nel bel mezzo di una battaglia di cui non si capisce il reale nemico (le agenzie di rating, l’euro, i cinesi… ? ).

    La guerra è una fantastica occasione sociale: è il momento in cui o una nazione cresce oppure si sfalda. A noi la nostra scelta.

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