Attualità/Politica/Società

LA MADRID CHE NON MI ASPETTO

Svalutiamo le nostre emozioni per incrementare l’esportazione affettiva
saremo come dei capitalisti in Cina

I Lumi della Centrale Elettrica  – Quando  Tornerai da Borgo Panigale

Quando pensavo alla Spagna avevo ancora in mente la Barcellona pre-crisi, quella del calcio più bello del mondo ed un economia arrogante ed in ascesa vertiginosa. Mi ricordavo di un popolo chiassoso ed instancabile, che costruiva il proprio futuro Erasmus su Erasmus, sull’inesauribile voglia di far vedere che c’erano. Come quell’EXPO del 2008 a Saragozza, sul tema dell’acqua, in cui 5,6 milioni di persone al mondo hanno potuto ammirare i progressi di questo paese mediterraneo, ma sempre più internazionale ed Atlantico.

Come gli orari spagnoli, assurdi, nel non volersi fermare nemmeno la notte, nel continuare a viversi la serata, la compagnia, la vita.
E riassumeva bene Enric Gonzàles, giornalista di El Paìs, nel giugno 2008 quando scriveva che:

La differenza tra Spagna e Italia, oggi, si può condensare in una sola parola: ottimismo. La Spagna continua a credere nel futuro. L”Italia no, per nulla.

 (GEO, numero 30)

Madrid 2012 è stata tutta un’altra cosa.

 Anche da campioni in carica del mondo (Sudafrica 2010) è difficile essere ottimisti quando la situazione sembra essere precipitata peggio che da noi.
Di Madrid ricorderò sempre Guernica di Picasso al Museo Reina Sofia e le Meniñas di Velàzquez al Prado, e penso che chiunque visiterà la città le potrà ammirare per molti anni ancora.
E mi chiedo cos’altro vedranno i visitatori futuri.

Vedranno lo sconforto dei miei coetanei che tornato a studiare perchè non trovano lavoro?
Vedranno ancora le facciate colorate dei bar e dei negozietti a La Latina e nella Chueca? Ci saranno ancora quei personaggi fuori dai locali che regalano una consumazione per i turisti?
O vedranno invece quartieri interi comprati da commercianti cinesi?

Purtroppo la situazione non induce all’ottimismo.
Già da un anno la Cina ha cominciato a fare shopping dalle parti di Madrid, prendendosi quei locali che, a causa della crisi, i Madrileni erano stati costretti a vendere; e che sempre a causa della crisi nessun altro madrileno (e nemmeno altri Europei, o Mediterranei!) era riuscito a comprare.
Niente tapas, niente gioielli fatti a mano, nemmeno un kebab fumante servito a qualsiasi ora della notte da un turco sorridente, ma ragazzi cinesi (spesso costretti a lavorare in condizioni disumane) in minimarket stipati di ogni genere di merce di necessità.
I Chinos hanno iniziato dal quartiere di La Latina a trasformare quartieri caratteristici in un anonimo intreccio di insegne in ideogrammi sconosciuti e prodotti scadenti.

E qui, penso che la storia (che forse non vi ha toccato) di questo quartiere si incroci con quella del resto del mondo.
Dove l’Occidente abbassa la guardia, c’è un paese-macchina pronto ad approfittarne, pronto a comprare senza integrarsi, pronto a comprare quello che non riesce a produrre: l’autenticità.
E, del resto, ce lo dicono apertis verbis anche loro:

La vita quotidiana ed il lavoro comportano grosse difficoltà, ma la nostra comunità va avanti, con la consapevolezza di non essere più i figli poveri di un paese sconosciuto, ma i rappresentanti di una futura superpotenza mondiale.

(Associna)

Vi consiglio di dare uno sguardo a questo saggio di Paralleli.org per approfondire le questioni più economiche e politiche.

Ma non è questo il luogo. Qui preferisco ricordarmi Madrid per la capacità di mostrarsi sotto più aspetti senza trasformarsi mai, di lasciarsi guardare e vivere senza  banalizzare la sua storia e la sua cultura. Mi piace ricordare il Mercado San Anton, un vero mercato (se avete presente i nostri centri commerciali siete fuori strada) che però era anche un ristorante, che però aveva anche una bella terrazza panoramica, che però ospitava anche una mostra di disegni dei bambini ed un’altra sulla Siria moderna.

E che poi, leggendo dal suo sito (andateci!) ho scoperto che pubblica pensieri che avrei voluto scrivere io. Un pensiero ottimista, un pensiero per fare nostro il nostro futuro. 

E una canzone, direi, ironica, per farlo sorridendo.


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