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CONTROROMANZO cap.8

Anche quel giorno a svegliarmi era stata la sensazione delle ossa della mia faccia sotto una pressione tremeda. La testa pesantissima. 

Stavo già cercando il calore delle coperte. Odiare ogni suono, non sopportare nessuna voce. Per il mio stomaco molto vuoto, la vescica invece era pienissima. Doveva essere ancora mezzogiorno.
Questa la mia inutile, prima inutile mattina.
Questa è una storia assurda, questo è un ex paese. Ci sono solo ex persone: nessuno occupa un posto nella mia vita, tutti o quasi l’hanno perso negli ultimi anni. C’è chi avrebbe dovuto perderlo da sempre.
Come potrei non salutare la ragazza con cui uscivo alle medie, che ora lavora in un ufficio, se la incontro almeno tre volte, per caso, ogni volta che faccio un giro in paese? Come farei a non salutare il suo attuale fidanzato? A cosa è servito avere 14 anni se tutte le mie vittorie di quegli anni mi sono passate davanti sbiadendo anno dopo anno? Questo paese è Dorian Grey.
Coperti i boxer con la maglietta ero entrato in bagno. Ha lo stesso profumo di sapone e di pulito da…da praticamente sempre, perchè è sempre stato nostro.
Voci dei vicini di casa, e dei loro cani. Sono sempre più grigi, entrambi.
In una città che d’inverno conta duemila anime, ad immigrazione zero, che ha mantenuto gli stessi punti di riferimento negli ultimi 15? 20? 25 anni?, dove si apre un nuovo negozio ogni tre anni, che senso ha avuto una data come l’11 settembre? Con la guerra in Iraq? Con l’elezione di Obama? Cambiano i titoli sui giornali, ma la faccia dell’edicolante è sempre la stessa. Attenzione: non sono sicuro sull’edicolante, ma la faccia è sempre rimasta quella.
Mi ero buttato un paio di pantaloni, una maglia, una felpa (ah, è quella color sabbia), poi voci che mi chiamavano, un telefono che speravo di veder tremare e vibrare, pensavo a quella sera.
Abbiamo molte riviste qua a casa. Sono quelle con cui ci distraiamo ogni tanto d’estate. Se cercassi bene non potrei non trovare quelle dei primi tempi, quelle delle vacanze invernali. Quelle, riviste banali, riviste di gossip, riviste in cui i VIP (rido) più sfigati concedono qualche intervista sulle loro vacanze (è il mercato della privacy: c’è chi la compra, c’è chi si attrezza per venderla, per tenere il prezzo alto, per sfamarsi). Anno dopo anno non cambia una virgola. Stesso tono confidenziale tra giornalisti e intervistati…mi sono sempre chiesto chi guadagni di più a fine mese.
Il giorno prima hanno demolito un grosso stabile nella zona delle villette: una demolizione. Era apparsa una targa d’ottone enorme sulla porta di un edificio anonimo poco fuori dalla zona della chiesa vecchia: "Impresa Pulizia della Valle S.a.S". Nelle frazioni, la piccola banca locale aveva raddoppiato le dimensioni dei suoi locali.
Lele la Caraffa si era chiuso. 
Perchè ieri sera? Ci avevamo fatto caso solo quella sera. Solo poche ore…ma non è possibile un boom economico in così poco tempo. E una piccola impresa familiare con una targa da studio associato di professionisti? Eppure ancora la pioggia era sempre la stessa.
Il mercatino con gli stessi articoli d’artigianato da sempre, e intanto uno del posto non parlava più e faticava a uscire di casa.
Oh certo, è che da quando lei se ne è andata, senza salutare, non mi potevo più distrarre e pensare ad altro.
Lei è quel profilo di persona per bene che non si può sostituire con un’altra. Le sue amiche non erano le nostre, non erano le mie.
La sua consapevolezza di non essere come nessun’altra che si aggirava tra di noi, di non essere niente di speciale per i miei amici; la sua capacità di rimanere indifferente alla noia, all’abitudine, alla banalità di quelle serate troppo lunghe, troppo vuote e accendersi ogni sigaretta come se fosse la prima.
L’unica persona a non essere ancora una ex.
Ovviamente i miei non sapevano niente delle ultime novità. Impossibile.
Un paese dove un matrimonio fa più notizia della caduta di un governo, quel giorno aveva un mostro di 4 piani, larghissimo in meno. 
Era così anonimo…
Tutti gli anni, gli ultimi giorni avevano sempre il sapore di qualcosa di troppo annacquato, il colore (prima ho detto sbiadito? non era esatto…) di una pennellata troppo slavata, l’impressione di vedere gli ultimi minuti di gioco di un campione a fine carriera.
Per dirla con le parole di uno dei miei amici mentre metteva giù la sua prima media: 
"Ho voglia di tornare a casa…" sorridendo, come se parlasse della cosa più naturale al mondo. "E’ anche iniziato il campionato" E io a dargli ragione, in silenzio. Solo il mio stomaco, mentre accoglieva la sorsata di rossa doppio malto (pessima controfigura della mia scura preferita), si rifiutava ancora di affrontare la realtà e la mia imprescindibile voglia, il mio bisogno necessario di sparire.
"Hai ragione, cazzo. Torniamocene a casa e ci ribecchiamo giù da qualche parte"
Parlavamo dei nostri posti, di amici che avremmo ritrovato, di feste che ci avrebbero riuniti ancora, anche se lontani. Delle lezioni, della scuola, di come ci eravamo salvati, del sabato sera dopo una settimana dura…
Era arrivato il momento: quello in cui riapro la mail e rispondo agli sms, riprendo i contatti, quello in cui torno a sentirmi con chi ho lasciato in città.
"Adesso so cosa fare la domenica pomeriggio almeno" avevo detto.
Il momento in cui dovevo affrontare ciò che avevo lasciato in città. Una situazione da cui sto scappando da troppo tempo. I quattro sms che mi erano arrivati dopo una settimana a telefono spento, la mia risposta "Ci sentiamo quando torno."
Si parlava di calcio, della prima giornata, con un’allegra spensieratezza che stava prendendo il posto della normale disillusa, smagata indifferenza, e io mi sentivo pronto.
Era arrivato il momento, per lo meno, dopo aver ordinato con slancio il secondo bicchiere di surrogato autarchico, almeno per quello.
Poi il tempo si era fermato di nuovo, non parlava più nessuno.
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